Agrigento guarda Niscemi e ricorda la frana del 1966 – “Intervista del Presidente Rino La Mendola al network Agrigentonotizie.it”

Agrigento guarda Niscemi. E lo fa, rispetto a tutte le altre cittadine siciliane, con un po’ più di apprensione. Alla mente di anziani e adulti è tornato, e fin dal primissimo momento, quello che avvenne il 19 luglio del 1966 nella città dei Templi. Una frana squarciò i quartieri dell’Addolorata, del Rabato e di Santa Croce, nel centro storico. A salvare la vita ai concittadini, lanciando l’allarme (erano le ore 7), fu il netturbino Francesco Farruggia. Lo fece prima che la frana devastasse case e strade. Non ci furono vittime, ma vennero sfollati migliaia di abitanti. Storia.

Storia che, seppur a distanza di tempo e chilometri, si ripete. AgrigentoNotizie cercando di capire se fra i due devastanti eventi vi siano o meno similitudini, anche sulla base delle caratteristiche geologiche dei territori, ha rivolto delle precise domande a Rino La Mendola, presidente dell’Ordine degli architetti di Agrigento, che ha più volte ricordato la frana del 1966, stimolando il recupero e la valorizzazione dei quartieri agrigentini colpiti 60 anni fa. Consapevoli delle fessurazioni e dei cedimenti dal colle su cui sorge la Cattedrale, un interrogativo, fra i tanti, in questi giorni, rimbalza nella mente e sulle labbra dei cittadini: “C’è pericolo per Agrigento?”.

Rino La Mendola, presidente dell’Ordine degli architetti

Presidente, ci sono analogie tra la frana di Niscemi con quella che nel 1966 ha colpito i quartieri dell’Addolorata, del Rabato e di Santa Croce?

“La frana di Niscemi è di portata senza dubbio maggiore rispetto a quella di Agrigento, in quanto ha spostato a oggi circa 350 milioni di metri cubi di terreno ed ha un fronte di oltre 4 chilometri. L’elemento comune ai due eventi è lo scivolamento dello strato più superficiale arenaceo sulle argille plioceniche di base, dovute all’effetto delle acque che filtrano gli strati permeabili arenacei raggiungendo le argille di base, la cui interfaccia viene plasticizzata favorendo lo scivolamento delle arenarie sovrastanti. Ci sono tuttavia delle chiare differenze tra le due formazioni geologiche perché a Niscemi lo strato più superficiale su cui sorge l’abitato è composto da detriti, ghiaie e sabbie poco cementate, che sono scivolate sulle argille plioceniche verso la piana di Gela. Nel versante Agrigentino, colpito della frana del 1966, lo strato superficiale che è scivolato sulle argille di base è costituito da un banco calcarenitico stratificato e fratturato. Inoltre, la frana di Niscemi è di scorrimento rotazionale, evoluta localmente in colata, mentre quella che ha colpito Agrigento è una frana di scorrimento prevalentemente traslazionale, multipla e complessa, con evoluzioni locali rotazionali”.

Gli interventi antropici e i cambiamenti climatici determinano fenomeni di dissesto idrogeologico sempre più allarmanti. La città di Agrigento rischia altre frane?

“Per rispondere a questa domanda è necessario ricordare che la città di Agrigento è impostata su un rilievo allungato in direzione Ovest-Est, caratterizzato da due colli disposti alle estremità: sul primo sorge il complesso del Duomo e del Seminario arcivescovile (Ovest), mentre il secondo è rappresentato dalla “Rupe Atenea” (Est- Sud Est). L’intero rilievo collinare è costituito da un banco calcarenitico, caratterizzato da fratture e alternanze con interstrati argillosi e da immersione prevalente verso Sud, con orientamento della giacitura a ‘traverpoggio’ (strati che, riferendosi al pendio che si sta analizzando, non presentano una direzione parallela al pendio ndr) e a ‘franapoggio’ (gli strati rocciosi di un versante montuoso pendono nella stessa direzione della pendenza topografica del versante stesso ndr). Tale formazione calcarenitica stratificata poggia sulle argille plioceniche di base, configurando una sequenza stratigrafica che favorisce di fatto un processo di plasticizzazione del substrato argilloso sottostante, per effetto dell’azione delle acque meteoriche che, infiltrandosi in profondità nei banchi calcarenitici permeabili, li attraversa interamente giungendo sino al substrato argilloso: proprio nell’interfaccia tra calcareniti (permeabili) e argille di base (impermeabili) avviene la plasticizzazione di quest’ultime, che potrebbe determinare le condizioni per un potenziale scivolamento del banco su cui sorge gran parte della città antica verso valle (in direzione Sud)”.

Sta dicendo che c’è un pericolo per Agrigento?

“No, no. Fortunatamente non si riscontrano tracce di scivolamento, probabilmente per l’effetto del fenomeno dell’eteropia laterale, alimentata da intercalazioni argillose nel banco calcarenitico e verosimilmente per il contributo di quegli ipogei rimasti integri, dopo il saccheggio degli anni ’60, che fungono da assi profondi di drenaggio. Il loro sviluppo sotterraneo, da monte verso valle, contribuisce a facilitare il drenaggio delle acque di sottosuolo verso Sud, riducendo il peso specifico del banco calcarenitico e i fenomeni di plasticizzazione che favorirebbero lo scivolamento a valle, sulle argille di base, della stessa formazione calcarenitica su cui c’è gran parte della città antica”.

I cedimenti e i quadri fessurativi della zona in cui sorge la Cattedrale sono dovuti alle caratteristiche geologiche del banco calcarenitico su cui sorge?

“Come dicevo prima, la formazione calcarenitica in questione è fratturata, per cui alcuni blocchi litoidi si muovono in modo disarticolato rispetto al banco principale, subendo fenomeni di rotazione che producono in superficie quadri fessurativi più o meno importanti. Fessurazioni che interessano le costruzioni ricadenti a cavallo di blocchi litoidi diversi. E’ questo il caso della Cattedrale e del Seminario arcivescovile che ricadono a cavallo di due porzioni del banco calcarenitico e quindi su una frattura della stessa formazione. I lavori di consolidamento, che sono stati realizzati recentemente dalla Regione Siciliana nel versante su cui ricadono la Cattedrale e il Seminario Arcivescovile, sono finalizzati a ridurre il più possibile gli effetti di questi cinematismi e quindi il quadro fessurativo in superficie”.

In occasione del 59esimo anniversario della frana del 1966, l’Ordine degli architetti ha lanciato l’idea di bandire un concorso internazionale di progettazione per il recupero e la valorizzazione dei quartieri di Santa Croce, del Rabato e dell’Addolorata. Avete delle idee in merito?

“Il concorso è indirizzato ad acquisire un nuovo piano per il recupero e la valorizzazione dei quartieri colpiti dalla frana, parte dei quali ancora oggi, dopo sessant’anni, versano nell’abbandono. Il progetto, valorizzando il parco dell’Addolorata, potrebbe rilanciare il percorso costituito da via Atenea, piazza Pirandello e via Garibaldi, quale asse attorno al quale riaggregare e valorizzare il centro storico, che avrebbe di fatto due ingressi: uno da Porta di Ponte e l’altro dall’Addolorata. Ma affinché questo progetto possa funzionare, sono necessarie un paio di condizioni: realizzare due ampi parcheggi in corrispondenza delle due ‘porte’ di ingresso nel centro storico e la contestuale adozione di nuove politiche urbane, per ripopolare la città antica, stimolando i cittadini a investire nel centro storico per recuperare la propria casa abbandonata o per riaprire botteghe commerciali e artigianali nella zona. L’obiettivo del concorso dovrebbe essere proprio questo: acquisire un progetto che non si limiti a prevedere interventi edilizi e opere pubbliche, ma che vada oltre, promuovendo nuove politiche urbane per il recupero del nostro centro storico”.

Tornando all’emergenziale frana di Niscemi, cosa fare per fermare cedimenti di quel genere? 

“Una frana come quella di Niscemi non si ferma con singoli interventi, ma si può rallentare, contenere e soprattutto evitare che faccia altri danni, garantendo la pubblica incolumità. Lasciamo lavorare gli esperti, sapranno sicuramente cosa fare!”.

da agrigentonotizie.it  

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